TORIA NOAH

Dalla Ripa di Porta Ticinese fino a New York. A quattro anni, Noah D’Alessandro è uno dei più giovani pittori quotati al mondo. Ecco come il suo non poter essere «come gli altri» è diventato un’opportunità

Non è una storia come le altre perché il protagonista non è come gli altri. Noah D’Alessandro ha cominciato a dipingere a 18 mesi: colori a dita, colori da spalmare, poi i pennelli. Tele piccole, poi più grandi. Oggi ha quattro anni, da poco compiuti. E in quella casa che affaccia sulla Ripa di Porta Ticinese – un’oasi di serenità con le pareti glitterate, tele già inquadrate, colori a pioggia e tanti (ma tanti) teli bianchi che provano a preservare il preservabile -, mamma Erika e papà Giuseppe fanno di tutto per permettergli di esprimersi in libertà. Senza vincoli o condizionamenti. Semplicemente lui. Un artista.

LA VASCULITE
«Scopriamo la vena di Noah nel periodo in cui ha un brutto episodio di vasculite – racconta Erika Losi, mamma a tempo pieno per necessità –. Ad un certo punto cominciamo a notare macchie viola sulle sue gambe. All’inizio pensiamo sia tutt’altro. Andiamo al pronto soccorso e scopriamo che i suoi capillari stanno man mano scoppiando». È un crollo, nervoso ed emotivo. A quell’età così tenera. «Restiamo in ospedale dove lo tengono in osservazione per vedere se questi vasi sono scoppiati anche negli organi interni. Nulla, per fortuna. Ma, una volta a casa, entriamo nel vortice di esami e di analisi. Di ogni genere di accertamento clinico». Inizia un brutto periodo: «Lui era molto spaventato, aveva perso quattro chili: su un bambino in crescita è tantissimo». La malattia dura un anno. Un anno sempre in bilico, anche perché non ci sono vere cure: serve solo tanto controllo. Noah è un bambino molto delicato, da tenere sempre lontano dai coetanei: «Ci aiuta tanto la nostra pediatra, che ci dà un consiglio miracoloso: ci dice di andare in montagna, di cambiare scenario. Noah non doveva più vedere e vivere tutti i giorni la stessa cosa». La routine – e, con essa, la casa che dà sul Naviglio – rappresenta ora un motivo di stress riconosciuto dal piccolo.

IN MONTAGNA
La famiglia D’Alessandro trascorre quattro mesi nella casa di montagna. Qui, la trasformazione: «Noah inizia a camminare, a dire le prime parole». E quando torna a Milano, nella sua casa sul Naviglio, trova dei colori e comincia ad utilizzarli: «Avevamo una tela che serviva per altre cose: lui ci fa un quadro. Aveva 18 mesi, siamo rimasti sconvolti. Si vedono proprio le forme delle dita del bambino. Quella tela l’abbiamo appesa in casa, nel nostro salotto. E non si muoverà mai più da lì». Ma ciò che stupisce maggiormente Erika è il tempo di realizzazione di quella prima tela: «L’ha riempita in meno di un quarto d’ora: ha rovesciato il barattolo e ha fatto il quadro con le dita delle mani». È il 26 maggio 2018 e l’inizio di una nuova vita per tutti, l’ingresso in un nuovo mondo: «I primi tempi faceva lavori anche con la polenta, creava delle texture di una complessità da lasciarci basiti». Ma la passione per i colori supera tutto: «Noah è un bambino molto indipendente e ha tanta voglia di fare: se proviamo ad aiutarlo, non lo accetta. Sceglie anche i pennelli, non sto scherzando. E se nel carrello non vede quelli della marca giusta, si arrabbia. Ancora oggi mi chiedo: come fa a sapere se una marca va bene o no?». La risolutezza nel rapporto con l’arte non può essere la stessa nel rapporto con le altre persone. Lui, fragile com’è: «Oggi (quando abbiamo realizzato lo shooting, ndr) è la prima volta in cui ha dipinto con qualcuno in casa». Quel qualcuno, peraltro, non è casuale: si tratta di Tomoyuki Tsuruta, giovane fotografo giapponese amico di famiglia e in grado di costruire fin da subito un rapporto di grande fiducia con Noah. «Si vogliono un gran bene – rivela Erika – e “Tomo” è l’unico da cui Noah è contento di farsi fotografare».

NEW YORK
Nel giugno 2018, Noah viene notato da una galleria americana che chiede di esporre una sua opera. È un nuovo, ennesimo inizio: «Ci contattano anche da Genova nel mese di agosto dopo che, per tutto luglio, il suo piccolo “cuore di drago” rimane esposto a New York. Entriamo in un mondo che non conoscevamo. E che ci porta a correre, a creare anche un profilo Instagram per provare a trasferire agli altri le emozioni delle sue tele. Noi non siamo per niente social, io e mio marito abbiamo giusto un profilo condiviso: siamo di un’altra generazione». Ma il pubblico, il nuovo pubblico di Noah sembra gradire parecchio la sua arte: «Abbiamo ricevuto attestazioni di stima e di affetto che mai avremmo pensato. Più di mille seguaci che ogni giorno commentano, ci sostengono, ci suggeriscono. Siamo una grande comunità, grazie a nostro figlio».

OLTRE 200 TELE
Poi è arrivato il lockdown: «In linea teorica non ha influito particolarmente sulla sua personalità e sulla sua crescita, era già abituato a stare molto a casa. Certo, gli è mancato uscire per fare delle passeggiate con noi, per respirare, forse anche per trovare nuovi stimoli. Ma è stato felice perché finalmente mio marito era a casa tutto il giorno». Ad oggi sono oltre duecento le tele dipinte: «Dipinte completamente eh, senza un minimo sbaffo bianco. Ora ha iniziato a dipingere anche sculture in legno: un omino della Lego, un Duomo in miniatura (che hanno deciso di donare a MilanoVibra, ndr). Sono tutte opere deliziose: non riesco a darle via, non riesco a venderle». Eppure, proprio durante il confinamento, Erika e Giuseppe hanno pensato di ovviare alla mancanza di socialità con un’idea geniale: distribuire nel vicinato delle micro-tele con un biglietto che spiegava come ognuno di quei quadretti fosse piccolo «come l’artista che l’ha creato». E le occasioni buone, sì, si creano anche così: «Una persona che ha raccolto una di queste tele ci ha chiamati per una mostra».

CRESCERE INSIEME
Cosa si augura mamma Erika per il futuro di Noah? «Spero di garantirgli tanto amore, se smette di dipingere sarà libero di farlo. Se vuole giocare a calcio, mi metterò a seguirlo come sto facendo adesso. Questa è una parte della nostra vita, io sto documentando la nostra crescita insieme. Vorrei che un domani ricordasse tutto quello che sta facendo, vorrei mantenere vivi i ricordi dei suoi genitori che lo accompagnano a comprare i colori o che puliscono il muro. Un giorno gli farò vedere anche i commenti delle persone: vorrei ricordargli la felicità, non voglio fargli conoscere la diversità. Sono la sua mamma, è mio figlio e lotterò finché potrò per aiutarlo a realizzarsi in ogni suo sogno».

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